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Un giorno speciale
Anno: 2012
Regista: Francesca Comencini;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Italia;
Data inserimento nel database: 10-09-2012


“Se stai in paradiso con la persona sbagliata è come stare all’inferno.” Francesca Comencini ritorna nel luogo del delitto: la Mostra del cinema di Venezia. Dopo l’efferato crimine della presentazione nel 2009 di Lo spazio bianco, quest’anno ricompare con Un giorno speciale. La sua partecipazione alla competizione sembra stata decisa all’ultimo momento. I film italiani in concorso dovevano essere due, ma improvvisamente appare Un giorno speciale. Perché fretta e convinzione nell’inserirlo a Venezia? Se andiamo sul profilo della regista sul sito www.imdb.com troviamo una mezza pagina di parentele, affini e altro della regista con altri registi, produttori, attori. Sorvolo su questo aspetto, e registro con soddisfazione il miglioramento del film rispetto a Lo spazio bianco. Ovviamente troppo facile, perché paragonato al vuoto anche niente è qualcosa. La storia si svolge tutto in un giorno. Anche L’intervallo, un’altra pellicola italiana presentato nella sezione Orizzonti, è ambientato tutto in ventiquattro ore. È il destino infame del cinema italiano. Bisogna essere brevi per risparmiare, concentrarsi su pochi attori, in scarsi spazi. In realtà mancano le idee e la capacità di scrivere soggetti strutturati. Le storie diventano forzatamente minimaliste, senza grandi sogni e soprattutto senza credere nel proprio lavoro. Non è solo il cinema. Pure il teatro italiano soffre della stessa malattia. Non si costruiscono più storie ma dei lunghi e noiosi monologhi senza scenografia e senza nessuna partecipazione. Gina è un magnifica e sexy ragazza. Non ha ambizioni lavorative o intellettuali, perché essendo bella sente il diritto di essere una modella, un’attrice, o almeno una velina. Sogna la televisione. Ma non ha doti, o perlomeno, nessuna qualità superiore rispetto alle tante migliaia di belle ragazze con le stesse aspirazioni. Con il colpevole favoreggiamento della madre, la quale ha la cieca consapevolezza del baratro in cui sta gettando la figlia, riesce a ottenere un appuntamento con un onorevole intrallazzato con i manager della televisione. Ma l’antipatico vezzo della raccomandazione, sempre da tutti noi bistrattato, salvo utilizzarlo anche per saltare la fila l’anagrafe, non riguarda solo i mestieri luccicanti della televisione, ma pure quelli più banali come ottenere un posto da autista. Ad accompagnare Gina dall’onorevole arriva al suo primo giorno di lavoro Marco. Marco è un ragazzo semplice, perfino lui ha avuto una raccomandazione da parte di un prete per avere il lavoro, ma ha delle ambizioni. Il calare del sole segna la fine del breve e turbolento tragitto dalla periferia romana al centro, ma anche il capolinea di una fatalità predestinata dei due giovani. La regista consegna un colpevole sin dall’inizio. Si comincia con un montaggio rapido di tante televisioni accese nelle case. Tanti programmi sono trasmessi (tra cui si intravede qualche immagine del divertentissimo cartone Leone il cane fifone). Tutte queste case sono dominate da un unico strumento di comunicazione, il quale ha frustrato gli altri. Essendo lo strumento predominate del successo è quella la strada da seguire per emergere. Dopo un montaggio brillante nel primo minuto, il film procede affettuosamente. La Comencini sfrutta la simpatia dei due personaggi, caricando la pellicola di tanti primi piano, costringendoci a concentrarci sulla attrazione emotiva dei due ragazzi allontanandoci dal conformismo e provincialismo della storia. Il finale vorrebbe essere un work in progress ma in realtà è un modo furbesco per chiudere una storia senza più spunti. Un accenno al ruolo delle mamme. La madre di Gina spinge la figlia nelle braccia dell’onorevole. È pronta a pagare qualsiasi prezzo per il successo. Siamo di fronte a un esonero di qualsiasi errore da parte dei giovani. Loro sono innocenti. I colpevoli sono gli onorevoli, i preti e se proprio vogliamo trovare dei responsabili a casa diamo la colpa alle madri. Un conformismo molto semplice, quasi banale. Quanta differenza se confrontato ad esempio con At Any Price di Ramin Bahrani presentato al Lido. In quest’ultimo film i giovani sono dei colpevoli, dei responsabili delle loro violenze. Nessun regista potrebbe nasconderli. Il problema è chi scrive le storie per il cinema italiano non riesce a comprendere il mondo accettando passivamente ruoli, conformismi e la mancanza di voglia di apparire cattivo. Eppure il film lo ho visto con divertimento e piacere, unendomi agli applausi, anche perché Filippo Scicchitano è molto bravo a disegnare il personaggio di ingenuo e semplice ragazzo. Ma sono di nuovo a richiedermi, che c’entra con il concorso alla Mostra?