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Pietà
Anno: 2012
Regista: Kim Ki-duk;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Sud Corea;
Data inserimento nel database: 10-09-2012


“Ma provo pietà per lui.” La Corea è un paese dalla forte tradizione culturale e sociale. Quando parliamo di Corea pensiamo a una guerra di tanti anni fa e alla sua conseguente divisione. In realtà le sue vicende storiche e umane sono importanti ed affascinanti. Ai margini degli avvenimenti storici dell’Asia, la Corea fu schiacciata fra due giganti: Cina e Giappone. Nonostante le conquiste subite, ha saputo costruire una sua identità nazionale molto forte, con delle diversità culturali fondamentali. La Corea è il paese asiatico – dopo le Filippine – con la più alta percentuale di cristiani. Un cristianesimo integrato con le culture classiche, soprattutto confucianesimo, buddismo e la forma atavica di religione della Corea: lo sciamanesimo, ancora oggi realtà insostituibile. L’integrazione è avvenuta all’interno della popolazione, vivendo momenti di conflitto aperti fra le varie forme di pensiero. Nonostante tutto il coreano rimane sempre molto legato alle proprie tradizioni e alla sua cultura. Dotato di un forte sentimento patriottico è vivo e profondamente attivo nonostante le proprie disavventure. Alla fine della guerra si allargo la differenza fra il nord più tradizionale ed il sud, di fatto sotto il controllo degli USA. Al sud Corea arrivarono investimenti giapponesi ed americani, contribuendo ad accelerare il proprio sviluppo economico. Il crollo del muro e un isolamento dovuto anche a un culto della personalità, causarono un incremento del divario fra le due nazioni. In questo momento un’unificazione è diventata molto difficile. Al nord forti problemi economici, al sud un aumento delle difficoltà sociali, come un forte uso di alcool, divorzi, suicidi e relazioni umane consumate. Nascono in Corea personaggi solitari, dotati di forte predisposizione violenta, con sadismo e masochismo parti strutturali della vita quotidiana. Il cinema di Kim Ki-duk ma anche quello di Park Chan-wook rappresentano il disagio sociale e personale coreano. Pietà è una summa di questi elementi. Per stessa affermazione del regista l’idea nasce da un’icona cristiana delle più forti: la Pietà di Michelangelo. La madre, la famiglia sono elementi presenti nella tradizione come elemento indiscutibile e confuciano, integratosi con il cristianesimo. Il film è una sommatoria di madri anziane, malate, povere, devote ma tutte predisposte a sacrificarsi ancora di più per i figli: “Tu non hai la madre?” Dall’altra parte i figli hanno, come compito sovrano e sociale, l’obbligo di ripagare gli sforzi dei genitori per allevarli; si sentono frustrati se non riescono a compiere il loro dovere. Comprendendo queste motivazioni si può entrare nella mentalità dell’ottimo film del regista coreano, meritato vincitore della 69° Mostra del cinema di Venezia. La storia parla di Lee Kang-do. Il ragazzo vive solo e come mestiere si occupa della riscossione dei prestiti di usura della mafia coreana. Occupazione svolta con grande competenza, serietà e dedizione. Un vero professionista ? Nella vita solitaria del ragazzo un giorno sbuca un’apparente mite donna: la madre che lo ha abbandonato quando era piccolo. Il film è girato con una visione dark, con personaggi sopra le righe, la giusta misura per ottenere un concetto internazionale della storia. I toni sono sempre violenti e maniaci. Non a caso l’ambientazione è in diversi piccoli artigiani meccanici. Perché il mondo della meccanica può offrire maggiori strumenti per ottenere dolore, mutilazioni fisiche orribili. Gli oggetti sono una parte integrante del film, come il gancio visto verso il finale. Possiamo solo chiederci per quale motivo appare ciondolante di fronte ai nostri occhi. Questi utensili arricchiscono e alimentano il sadismo del ragazzo. Il personaggio di Lee Kang-do è violento, sadico, cinico, ma terribilmente solo. All’inizio del film si concede un onanistico orgasmo, anch’esso turbato e penoso. Già con questa scena inquadriamo il personaggio. La madre gli assomiglia. Ha un raziocinante crudele comportamento. Prenderà a calci l’uomo mutilato nelle gambe dal figlio; lo colpisce senza alcuna pietà per la sofferenza e gli urli della vittima. Inquadra il personaggio anche la scena della liberazione del coniglietto – preda di un saccheggio del figlio – e subito investito da una macchina appena arrivato in strada. È la metafora del rapporto fra madre e figlio. Un legame tormentato, sofferto, maledetto. Il regista si concede una citazione a La luna di Bertolucci con una masturbazione della madre nell’angosciante sonno del figlio. La struttura si mantiene viva, con un linguaggio e uno stile continuato. Il finale è un crescendo di ansia e inquietudine, conseguito con immagini simboliche e posture sentimentali. Il regista costruisce un quadro della famiglia, sono tutti in posizione, fermi, immobili, si lasciano osservare dagli spettatori. La famiglia prima di tutto, anche se nasce dalla sofferenza e dallo strazio fisico e psicologico. Questa immagine della pellicola equivale al supplizio dell’amore materno della Madonna con il figlio in braccio nella Pietà di Michelangelo. Intorno ci sono altri personaggi, soprattutto le vittime dell’indifferente rabbia del ragazzo. Un giovane padre è pronto a offrire pure l’altra mano pur di aiutare il figlio a nascere e ad avere una vita felice: “Che cosa è il denaro? L’inizio e la fine di tutte le cose.” È uno dei momenti più emotivi del film. Il ragazzo è contento, anche se è consapevole della terribile menomazione cui sarà costretto per sempre. Chiede è di prendere la sua chitarra e suonarlo per l’ultima volta.