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San Babila ore 20 un delitto inutile
Anno: 1976
Regista: Carlo Lizzani;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Italia;
Data inserimento nel database: 25-06-2010


Dopo le distruttive contestazioni degli anni sessanta la mostra del cinema di Venezia cade nella paralisi di idee. Fu un periodo nefasto, la gara fu abolita ed il merito eliminato. La grande capacità organizzativa ed intellettuale di Carlo Lizzani fu fondamentale per risollevare le sorti della manifestazione. La diresse dal 1979 al 1982 riportando il concorso, lo spirito intellettuale e volontà di riprendere un percorso. Per questo ricordo Carlo Lizzani: un professionista, un colto intellettuale e un profondo conoscitore di cinema. Certo è stato anche un regista popolare. La mostra del cinema di Pesaro con la retrospettiva ne fa tributo. E’ stato un buon regista soprattutto grazie alle sue conoscenze dello specifico filmico, del cinema internazionale e capace di apprendere dai grandi registi. Ha girato sessantatre film, secondo il sito www.imdb.com, alcuni ancora interessanti, molti già dimenticati, molti quelli invecchiati prematuramente. San Babila ore 20 un delitto inutile è del 1976. Gli anni si sentono tutti, forse anche qualcuno in più. Chi si ricorda più dei sanbabilini? Nessuno. Invece ci ricordiamo bene e ancora oggi ne leggo dei tanti brigatisti combattenti del proletariato. Lizzani diede un taglio sociologico già vecchio al quel tempo, ora, anche se storicizzato non regge, in qualsiasi prospettiva vogliamo guardarlo. I fascisti di Piazza San Babila a Milano sono delle macchiette. Come macchiette sono i poliziotti, i preti, i tranquilli passanti, anche quando cercano con un fazzoletto di cancellare una svastica disegnata con la vernice su una vetrina di un negozio. Sono belli, buoni e bravi i tanti comunisti manifestanti i quali si muovono come api operose all’interno della Casa del Popolo. Franco è poi uno stereotipo di fascista. Viene rappresentato con tutti i conformismi popolari ma nulla di culturalmente valido. La famiglia ricca, la crisi dei genitori, una madre possessiva, capace solo di riversare sul figlio la sua povertà umana. Il padre è occupato a fare soldi e a dedicarsi a Dio. Poi c’è l’impotenza di Franco e il suo disprezzo per le donne. C’erano altri luoghi comuni? No, si trovano tutti all’interno del film. Non è invecchiato solo il film, sono invecchiato anche io. Quando lo ho visto alla sua uscita mi era piaciuto. Mi aveva colpito la forte violenza, la nulla considerazione della donna, il nichilismo su cui stavano cercando di costruire qualcosa. Ora è solo un bel film di azione, un poliziesco e nulla più. Forse Lizzani questo ci voleva narrare, un genere alla Arancia meccanica all’italiana, accompagnato da una bella ironia e sarcasmo. Letto sotto quest’aspetto il film può tenere, può avere una valenza. Sarà la semplice e stupida Lalla a portarci la freschezza migliore al film. Si ride di fronte alla sua ingenuità. Lei è l’altra faccia della medaglia: la credono stupida ma altrettanto stupido e vuoto è il retroterra culturale dei ragazzi fascisti. “Tu ascoltami anche se non capisci” gli dice un ragazzo a Lalla, la quale comprende chiaramente invece e gli risponderà: “Io in questa fortezza non ci voglio entrare.” Nessuno vuole entrare nella fortezza politica del neofascismo, una forma di necrofilia più che una tendenza politica. L’unico momento di vera politica del film è quando i ragazzi, dopo aver comperato dei dildo in uno sex shop, si divertono a scandalizzare i passanti. Allora la polizia arriva velocemente. Uno dei ragazzi lancerà una profezia vera. Discutendo con i poliziotti che li hanno arrestati ha un momento di lucidità per urlare “Piace ai democristiani, piace ai comunisti, piace a tutti.” Si, i sex shop piacciono a tutti ma forse non alludeva solo a quello.