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Celda 211
Anno: 2009
Regista: Daniel Monzón;
Autore Recensione: Roberto Matteucci
Provenienza: Spagna;
Data inserimento nel database: 05-09-2009


Al festival arriva meritatamente anche un bellissimo film di azione, un prison movie spagnolo-

E’ un esempio di azione e velocità, di ritmo e colpi di scena che nella location di un carcere per detenuti speciali si riesce ad amplificare.

Tutto nasce da una rivolta. Una rivolta che ha delle conseguenze terribili per un personaggio che inconsapevolmente e casualmente si trova dentro una cella.

La rivolta nasce in un ambiente totalmente maschile, dove il più onesto ha un paio di omicidi sulle spalle, dove tutto quindi viene esasperato anche dal chiuso del carcere.

Non è un ambiente per debosciati, chi entra li dentro, anche il più innamorato e dolcissimo dei giovani si trasforma in un crudele e perverso essere umano.

Non ci si riesce a salvarsi. 

Questo film serve anche a riflettere su come dobbiamo intendere la rieducazione delle persone colpevoli, su come possiamo e dobbiamo recuperare essere umani persi.

Non è facile e non ci sono risposte uniche.

Forse il nostro sistema di retributivo, di pena a seconda della colpa non ha più senso.

Infatti nel carcere poi questi colpevoli regrediscono ancora e danno il peggio di se stessi.

La trama è originale e particolare anche se ha alcuni vuoti che non si riesce a comprendere ma non importa, nulla toglie alla bellezza del film.

Esempio che anche il film di genere può essere bello, dipende sempre da come si fanno le cose.

Se si ha una storia, un bravo regista e degli ottimi attori si riesce a fare tutto.

Inoltre ci fa entrare in una realtà sociale spagnola molto diversa dalla nostra.

Anche loro hanno dei detenuti particolari, condannati dell’eta che hanno però il loro status e che rappresentano il bottino che fa pensare che la rivolta possa avere un successo.


Essendo un mondo totalmente maschile, chiuso è facile che quello che nasce all’interno sia molto forte come amicizia e sentimenti. Come la loro durezza anche la loro sensibilità, che esiste anche in un omicida, si moltiplica in quell’ambiente. L’amicizia tra il più terribile detenuto e l’ultimo detenuto arrivato, giovane sono un sintomo di un sentimento.

Non è assolutamente un sentimento omosessuale, nessuno dei due lo è, è un feeling che nasce dal loro ruolo, dall’ambiente e anche soprattutto di trovare anche un piccolo fiore, una speranza in quel tremendo posto in cui sono rinchiusi.

Può sembrare che non ci può essere nulla invece anche in una cella può nascere un sentimento.

Le lacrime sono un segno di qualcosa che sta cambiando, anche di speranza, perchè operando su questo campo possiamo anche aiutare anzichè solo condannare.

Questo spagnolo è un film politico, sociale, anche di denuncia ma non contro qualcuno in particolare. Si sa bene che quei detenuti sono la feccia per chiunque governi. Quello che si condanna e che gli unici da salvarsi per il governo sono quelli che hanno ucciso e poi gli hanno dato una giustificazione politica rendendoli diversi dagli altri, una categoria morale superiore.

Una terribile ingiustizia che ci spinge a riflettere anche sulla nostra moralità, su come possiamo essere così crudeli e terribilmente ingiusti.

Facciamo di tutto per creare delle categorie e a queste poi dare una giustificazione morale.

Anche in Italia abbiamo detenuti o ex detenuti politici che dopo aver commesso crimini terribili ora pontificano e guadagnano denaro, mentre i più ‘’sfigati’’ escono dal carcere e sono nella depressione totale.