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Il cantante di jazz - The jazz singer
Anno: 1927
Regista: Alan Crosland;
Autore Recensione: Mario Bucci
Provenienza: U.S.A.;
Data inserimento nel database: 28-12-2005


La grande guerra

Il cantante di jazz. Alan Crosland. 1927. USA.

Attori: Al Jolson, Warner Oland, May McAvoy, William Demarest, Otto Lederer

Durata: 89’

Titolo originale: The jazz singer

 

 

New York. Ghetto ebraico. Jackie Rabinowitz, figlio del cantore ebraico Rabinowitz, è scoperto dall’amico di famiglia Yudleson a cantare in un saloon. Riportato a casa viene preso a cinghiate dal padre e decide di scappar via. Anni dopo, e a tremila miglia di distanza, Jackie Rabinowitz è diventato un promettente cantante di jazz, che si presenta al pubblico con il nome di Jack Robin. Ad una sua esibizione assiste la ballerina Mary Dale la quale si offre di fargli fare carriera. In famiglia le cose non sono cambiate ed anche quando arriva una lettera di Jack che li informa di aver trovato fortuna, il padre continua a rinnegarlo di fronte alla sofferenza della madre. Durante uno spettacolo Jack viene a sapere che Mary è stata contattata da un grosso teatro di New York e le loro strade sembrano destinate a dividersi quando un giorno anche lui ottiene un ingaggio dallo stesso teatro di Broadway. Il giorno del sessantesimo compleanno del padre, Jack fa ritorno a casa offrendo un diamante alla madre e facendole ascoltare quello che canta. All’arrivo del padre però è costretto nuovamente ad andar via di casa. Da quel giorno il cantore Rabinowitz, colto da un attacco, è costretto a riposare a letto. Il giorno della prima di Jack Robin coincide con il giorno sacro per la religione ebraica e poiché il padre non può cantare alla messa, Yudleson va a chiedere a Jack di sostituirlo. Il cantante di jazz si rifiuta perché sa che quella è la serata più importante per la sua carriera. Yudleson decide di tornare allora con la madre e di provarci di nuovo, ma Jack rifiuta ancora, convinto da Mary e dall’impresario. Quella sera canta di fronte ai parenti che alla fine capiscono che quello è il suo posto. Finito lo spettacolo Jack va a casa a sincerarsi delle condizioni del padre. Mary e l’impresario si mostrano contrari all’idea che egli canti alla funzione, ma alla fine Jack decide di sostituire il cantore Rabinowitz. Ascoltando la sua voce, il padre può morire tranquillo, mentre alla funzione sono presenti anche Mary e l’impresario di Robin. Trascorso del tempo, Jack Robin è diventato una star del jazz e ai suoi spettacoli siedono tra le prime file la madre e l’amico di famiglia Yudleson.

Il cantante di jazz entra nella storia del cinema con prepotenza per essere stato il primo film parlato (cantato sarebbe meglio dire). Realizzato nel 1927 dalla Warner Bros. (che stava attraversando un difficile periodo economico), impose da quel momento l’uso del vitaphone (incisione su disco) e dunque del sonoro, aiutato soprattutto dalla musicalità cui si prestò questo primo esperimento. Il merito, infatti, che il cinema e il pubblico accettarono il nuovo strumento fu, infatti, tutto del cantante Al Jolson che grazie alle sue performance canore fece apprezzare (e soprattutto rese più facile ed accessibile) l’acquisizione da parte del pubblico del nuovo mezzo. Come dice molto bene e sinteticamente il critico cinematografico Enrico Grezzi, Al Jolson (che nel film altro non fece che rifare quello che presentava a Broadway) aprì per la prima volta un buco sonoro nello schermo [i]. Rispetto proprio a questa novità, il regista disse “L’aggiunta della parola fa uscire il film dal regno della pantomima e lo fa entrare in quello della commedia” [ii]. È giusto però dire anche che esistevano già degli esperimenti sonorizzati realizzati dalla casa di produzione francese Gaumont, ma poiché questi erano non più lunghi di un cortometraggio, fu proprio la durata del film di Crosland a determinarne la sua importanza nel panorama mondiale. In realtà proprio in questa pellicola non furono utilizzate le vere potenzialità del sonoro ed infatti, a parte le suddette interpretazioni di Al Jolson, il prodotto è girato, pensato e costruito come un classico film muto, con quindi un marcato accento nelle interpretazioni e soprattutto l’uso delle didascalie per gli scambi delle battute. Se poi bisogna analizzare anche la storia, non siamo di fronte ad un grande prodotto, costruito poi senza troppo impegno su basilari regole drammaturgiche di stampo religioso (quali il conflitto e la scelta) che si saldano nel profitto del successo: ciò avviene nel finale in cui da un lato Mary e l’impresario (uomini di spettacolo) assistono alla messa e dall’altro lato la madre di Jack e Yudleson (uomini del ghetto ebraico) partecipano allo spettacolo a Broadway. È insomma anche una sorta di manifesto autocelebrativo del mondo dello spettacolo newyorchese (Jack che quando viene a sapere che farà uno spettacolo a Broadway urla “Casa! Madre! Broadway!”) e del suo legame storico (le cinque generazioni di cantori ebraici che precedono Jack Robin) con la religione ebraica, cui a sua volta rivolge un gesto di riappacificazione tra il profano senso dello spettacolo ed il religioso senso delle funzioni. “Lo spettacolo deve andare avanti! – The show must go on!” dice ad un certo punto il protagonista, ma non può raggiungere le più alte vette del successo se dimentica le proprie origini, sembra aggiungere il regista. Se tutto questo si aggiunge che con tal lavoro (bianco che si deve truccare da nero) vengono in un certo modo rinnegati qualsiasi legami con la cultura nera nella nascita del jazz si capisce bene che si ha a che fare anche con una pellicola non certo tesa alla verità. Questo senso della storia però non è originale nella realizzazione cinematografica, poiché si tratta di un’opera basata sul racconto The day of Atonement di Samson Raphaelson (prima di diventare film già piece teatrale). Dopo Al Jolson il cinema non riuscirà più a fare a meno dei cantanti nelle proprie pellicole fino al fenomeno Elvis Presley. Non furono però solo questi i meriti del film di Crosland, ma anche quelli (sicuramente involontari) di elevare il senso delle musiche nelle opere cinematografiche, abituando lo spettatore ad associare una determinata composizione ad un determinato prodotto o scena più importante. Il film di Crosland dunque fece emergere l’importanza della musica scritta apposta per il film, nella stessa misura in cui spianò la strada ai dialoghi parlati. Il film fu proiettato la prima volta il 23 ottobre 1927 e ottenne il premio Oscar l’anno seguente. Alla prima del film era presente anche il regista Frank Capra il quale ha detto a proposito “Le onde sonore di “Mammy” scatenarono un terremoto, un terremoto che sconvolse il mondo del cinema dalle fondamenta. Lo schermo, muto sino ad allora, aveva una voce! Hollywood tremò. Fu come se i pazzi avessero occupato il manicomio” [iii]. Di questo film ne son stati fatti due remake: Il cantante di jazz (1953) di Michael Curtiz (inedito in Italia e che vide al montaggio Alan Crosland Junior) e Il cantante di Jazz (1980) di Richard Fleischer con il cantante Neil Diamond.

 

 

Bucci Mario

videodrome76@hotmail.com



[i] Enrico Grezzi. Paura e desiderio. Bompiani

[ii] Fernaldo Di Giammatteo. Dizionario del cinema americano. Editori Riuniti.

[iii] Lucilla Albano. Il secolo della regia. Marsilio