Certo che una quantità di persone formate sui libri sacri della Torah sono indisponibili a qualunque cambiamento (da cui le proteste all'uscita del film nel giugno del '98, dopo la presentazione al Sundance), però viene rappresentato anche lo splendido siparietto del saggio rabbino che impara dalla forza passionale di Sonia ad amare la moglie, alter ego della protagonista, ritratto di come sarebbe stata la sua vita senza la carica eversiva, che le impedisce di sopportare un uomo votato all'erudizione talmudica. La morte "eroica" del rabbino è la vittoria della passione e degli affetti sulla mortificazione dei precetti, ma la comunità accecata dai riti non li coglie, nemmeno quando esplodono i malesseri. L'episodio del rabbino acquista centralità perché gode della stessa proprietà del rubino ed è il perno su cui si spezza la coincidenza dei destini delle due donne: produce attesa della sua composizione in quanto ci viene svelato solo in un secondo tempo cosa la moglie del rabbino possa avere sussurrato complice all'orecchio di Sonia, proprio come l'intera vicenda si trova racchiusa tra due episodi che vedono il rubino come protagonista; è una struttura a contenitore che si ripropone per molte sequenze del film e soprattutto si applica ai personaggi, che alla loro prima apparizione vestono spesso panni travisanti, rivelando poi animi opposti (Ramon in particolare, ma anche Rachel in senso negativo), quasi che l'impianto voglia ribadire la sorprendente evoluzione, il ribaltamento di condizione e di punto di vista, l'inganno della prima impressione. In pratica mostrando oggetti e persone dapprima rispondenti a certi canoni poi risultanti errati, che incuriosiscono e preludono ad una loro trasformazione, e frapponendo episodi significativi tra le diverse situazioni in cui questi vengono coinvolti si rafforza, attraverso un sistema di attesa basato sul recupero del personaggio o dell'oggetto trasfigurato, il ripudio della univocità dei criteri di giudizio, che è appannaggio delle religioni.