Basta un chicco di cacao... e la fabbrica va su!

La fabbrica di Willy Wonka ereditata da Charlie Bucket

LA FABBRICA DI CIOCCOLATO
regia di Tim Burton, Usa, 2005

Il piacere derivante dalla lavorazione e dalla conseguente degustazione dei chicchi di cacao aveva già alimentato la fantasia dello scrittore inglese Roald Dahl, a cui spetta il merito di aver concepito sulla carta la figura di Willy Wonka, protagonista del suo libro, ora genio surreale nelle vesti di Johnny Depp, grazie alla reinvenzione visiva curata da quel folletto dell'immaginario che da sempre incarna Tim Burton, regista attento a coccolare stravaganti pulsioni oniriche infantili, mescolando astutamente tenera cortesia, eleganza, crudeltà e sogno nel divertimento di chi sa di poter contare su numerosi occhi attenti a lasciarsi cullare dall'illusione che altri mondi sono possibili, a condizione di mettere tra parentesi certezze indiscusse, verità scientifiche o soltanto prese di posizioni pseudo-adulte, per rivendicare la dolcezza dell'essere al mondo in qualità di bambini, seppur consapevoli del proprio destino, con il diritto di rivendicarlo di fronte a chi tenta di morderlo ingiustamente, magari perché da sempre "diseducato" al gusto per la meraviglia, ingrediente essenziale per trasformare amarezze in tavolette di prelibato cioccolato vitale.
Per una volta libro e film viaggiano parallelamente, senza disputare concorrenze sleali: entrambi permettono al lettore e allo spettatore di immergersi in quella cornice che fa da sfondo alla fabbrica delle meraviglie, affidando la narrazione ad una voce fuori campo, che nel primo caso finisce con il coincidere con quella dell'io narrante, lo scrittore medesimo, mentre nel film si scoprirà - solo nell'epilogo - appartenere a uno dei protagonisti, l'operaio Oompa Loompa, clonato in digitale innumerevoli volte sullo schermo, quasi a dichiarare che il detentore dei possibili esiti della storia è solo colui (la forza lavoro) che conosce le fasi dell'intero ciclo produttivo, sorprese comprese e possibili incidenti di percorso (Chaplin docet). Nel finale invece il testo scritto prende congedo dalla sua trasfigurazione per immagini perché gli intenti di Dahl, attenti a denunciare vizi e virtù dei bambini cui fanno da contraltare quelli degli adulti, vengono rimpiazzati da una determinazione infantile in grado di prospettare superamenti possibili alle solite dicotomie, poiché i bambini (se allevati bene) sono in grado di scegliere da che parte stare, riscattando così - nel bene o nel male - anche l'apparentemente privo di prospettive destino dei grandi.

Soffici cristalli di neve occupano l'inquadratura iniziale: vanno a lambire curiosamente dal basso verso l'alto le pareti di una ciminiera, inseguendone circolarmente la sua forma cilindrica per poi raggiungere la cima, infilarsi nella grata che sovrasta il comignolo, sgattaiolare a precipizio lungo il declivio interno fino a confondersi con la densa cascata marroncina, che si incanala lungo condutture atte a trasportare la materia in innumerevoli tubi secondari, addetti a colare il cioccolato in stampi a forma di tavoletta. Continuando la sua corsa lungo nastri trasportatori, il cacao trova il tempo e la temperatura adatta per condensarsi, raffreddato da svariati ventilatori, quindi viene pressato, incartato, sigillato con un involucro colorato, traghettato da bianchi paracaduti, per essere impilato dentro a cartoni e spedito fuori dal regno delle meraviglie, con il solo scopo di addolcire i palati dei piccoli consumatori dei favolosi prodotti Willy Wonka.

I camioncini con la scritta rossa e bianca del marchio di fabbrica si incolonnano lungo la pista serpentina tracciata dai pneumatici sulla neve, che ha ormai ammantato il paesaggio, concludendo così l'intero ciclo di produzione, condensato nella sequenza che accompagna i titoli di testa, che sembra recare omaggio al film Metropolis di Fritz Lang, non foss'altro per la perfetta automazione che presiede la sincronia dei sofisticati ingranaggi o per i colori espressionisti che governano l'esterno del fabbricato industriale.

“L'ingresso era sbarrato da enormi cancelli di ferro e tutta la fabbrica era circondata da un altissimo muro di cinta; dalle ciminiere sgorgava fumo e dalle profondità della fabbrica provenivano strani sibili e ronzii. E tutt'intorno, nel raggio di almeno mezzo miglio, l'aria era intrisa dal forte e ricco aroma del cioccolato fondente!” (Roald Dahl, La fabbrica di cioccolato, Salani Editore, Milano 2005, pp. 13 - 14).

 Fuori dai cancelli

La realtà produttiva che abita il regno della fabbrica, ermeticamente descritta in tutte le sue fasi di lavorazione in quest'iniziale sinfonia visiva, viene spezzata da un gesto inconsueto: una mano, guantata di viola, infila lestamente un biglietto dorato all'interno di cinque tavolette e allora la fiaba può dar inizio al suo corso, facendo allontanare la macchina da presa dal grigio cancello dell'industria, per concentrare nel suo campo visivo la misera abitazione di Charlie Bucket, una casetta sbilenca situata alla periferia della città, le cui dimensioni esterne lasciano immaginare come sia difficile e scomodo viverci all'interno. Le direttive visive dell'inquadratura sostituiscono la verticalità dell'industria futurista con le diagonali oblique della tradizione espressionista, come se si transitasse da un quadro di Boccioni alle scenografie del Dottor Caligari.

 Charlie con i nonni paterni e materni

La voce off interviene a spiegare chi possa mai abitare quella stramba casupola, ma le immagini hanno il sopravvento nell'illustrare i personaggi della famiglia Bucket, a partire dall'unico oggetto che campeggia nella stanza: un enorme letto occupato da quattro anziani, i nonni paterni e materni di Charlie, troppo anziani per lasciare il talamo e così impegnati - da un capo all'altro del letto - a trascorrere il tempo, chiacchierando amenamente con il nipote, mentre la madre (Helena Bonham Carter, la compagna del regista non poteva mancare!) è intenta ad affettare il solito cavolo, che servirà a nutrire il loro stomaco, sia a pranzo che a cena. 

 Tappi e plastici

Il padre, il signor Bucket, è l'unica persona della famiglia a lavorare presso una fabbrica di dentifrici: addetto ad avvitare tappi sopra a tubetti non è mai in grado di guadagnare abbastanza, però sottrae all'azienda alcuni pezzi usciti male e quindi inservibili, per regalarli al figlio che li riutilizza allo scopo di creare un plastico, che, pur ricalcando le fattezze della fabbrica, sembra comporre uno scenario degno delle fiabe delle Mille e una notte, non foss'altro per il nitore lunare che contraddistingue l'edificio, mentre la figurina che lo dirige è un degno abitante dell'immaginario di Tim Burton, un bianco e fragile scheletrino di tappi del tutto simile al protagonista di Nightmare Before Christmas (che già faceva il verso alle movenze di Johnny Depp, musa ispiratrice del regista, che qui lo dirige per la quarta volta) o alle plastiline in movimento nel film d'animazione, La sposa cadavere, presentato all'ultima Biennale di Venezia.

 Lo scheletrino di Wonka

È nonno Joe - ex lavoratore della fabbrica, trovatosi poi disoccupato perché Wonka a un certo punto decise di licenziare tutti a causa della presenza di spie, infiltrate per rubargli le ricette segrete allo scopo di rivenderle alla concorrenza - a raccontare stavolta al nipote e al pubblico la storia di quello strano personaggio, «sorprendente, fantastico e straordinario»: un vero mago del cioccolato e al contempo uno scienziato pazzo, capace di edificare la più grande industria dolciaria della zona. E mentre la narrazione procede a illustrare le molteplici invenzioni partorite dalla mente geniale del padrone, il nonnetto diventa man mano arzillo e vivace, come se la stanchezza derivante dall'età scemasse di colpo al ricordo del sapore di quelle prelibatezze. In flash back si assiste addirittura al suo assaggio in diretta di un ovetto, offertogli da Wonka in persona, che entra in scena per la prima volta, seppur nascosto dietro una vetrina colorata: s'intravede solo l'incerta sagoma del viso, una silhouette che contribuisce a rendere ancora più interessante la sua assenza, alimentandone l'aura di mistero. Un primo piano di nonno Joe immortala la sua smorfia di piacere, mentre sugge delicatamente l'ovetto, che dischiude una sorpresa solo a scioglimento avvenuto: al posto dell'uovo, appeso alla sua lingua, è rimasto un simpatico e dolce uccellino di colore rosa!
«Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi, bon-bon leggeri come piume che si sciolgono deliziosamente non appena li metti in bocca. Sa fare gomma da masticare che non perde mai sapore, e palloncini di zucchero che si possono gonfiare fino a raggiungere dimensioni mostruose prima di farli scoppiare con uno spillo e mangiarteli in un boccone. Inoltre, attraverso uno dei suoi procedimenti più segreti, riesce a creare dei bellissimi ovetti azzurri punteggiati di nero che quando li metti in bocca diventano sempre più piccoli finché non rimane altro che un minuscolo uccellino di zucchero rosa appollaiato sulla punta della lingua» (op. cit., pag. 19).

 L'inventore dell'ovetto magico

Se fin qui il film pareva quasi girato in bianco e nero o in dominanti monocromatiche (le gamme di grigio per l'esterno della fabbrica, le sfumature calde pastello per l'interno della casupola), con la comparsa seminascosta di Willy si assiste a un tripudio di colori accesi, vivaci come nella pop-art.
Un bel giorno, narra l'anziano, le ciminiere ripresero improvvisamente a funzionare, esili colonne di fumo bianco si levarono in cielo e gli abitanti riconobbero subito l'odore della cioccolata fusa nell'aria. La fabbrica aveva ripreso a produrre, nonostante i grandi cancelli di ferro fossero sempre chiusi e incatenati come prima. Come non bastasse, nonno Joe giurò di aver visto attraverso le finestre strane ombre muoversi all'interno, ma non era mai riuscito a sciogliere quell'enigma, perché a nessuno fu più permesso di valicare l'ingresso e persino Willy Wonka smise di uscire dal suo regno: soltanto la cioccolata poteva andarsene attraverso una porticina speciale, già imballata e pronta a essere smerciata in tutto il mondo.
L'improvvisa notizia di un concorso indetto da Wonka, trasmessa in televisione (nel libro solo tramite la lettura del quotidiano letto dal padre) e pubblicizzata da manifesti appesi ai muri della cittadina, finisce per scuotere la famiglia Bucket dalla nostalgia per quell'età dell'oro, il cui ricordo aleggia nell'aria, intrisa di aromi del cacao:
«Io, Willy Wonka, ho deciso di permettere a cinque bambini - non più di cinque, badate bene - di visitare quest'anno la mia fabbrica. I cinque fortunati saranno accompagnati nella visita da me personalmente e a essi sarà concesso di vedere tutti i segreti e le magie della mia fabbrica. Alla fine della visita guidata, come dono speciale, sarà loro consegnata una scorta di cioccolato e caramelle che durerà per tutta la vita! Perciò tenete gli occhi aperti per i Biglietti d'oro! Ho fatto stampare cinque biglietti su carta d'oro e li ho nascosti in cinque confezioni normali di comuni tavolette di cioccolato. Queste tavolette potrebbero trovarsi dovunque - in qualsiasi negozio di una qualunque strada in una delle tante città di ogni paese del mondo - su tutti i banconi che vendono i prodotti dolciari Wonka. I cinque fortunati che troveranno questi Biglietti d'oro saranno i soli cui sarà permesso di visitare la mia fabbrica e di vedere com'è fatta dentro ora! Buona fortuna a voi tutti e in bocca al lupo! »
(Firmato Willy Wonka)

 Visitando la fabbrica...

La geniale trovata crea immediatamente e ovunque una frenetica caccia alle tavolette fortunate: supermercati presi d'assalto, bazar letteralmente svuotati e pasticcerie assediate dalla folla devono fronteggiare il delirio consumistico, indotto dal desiderio di poter diventare "uno dei cinque" premiato dalla sorte: un eroe della pubblicità, un beniamino da emulare nella rincorsa a chi compra di più, per guadagnare una visita nel paradiso del cioccolato, senza sapere se si tratti in verità di un inferno castigamatti, perché è sufficiente titillare l'immaginazione con l'idea di poter disporre di scorte di dolciumi per tutta la vita. Dahl scrisse il libro nel 1964, anticipando scenari futuri sia dal punto di vista della disoccupazione conseguente alla totale automazione della forza lavoro (alla catena di montaggio il signor Bucket verrà infatti sostituito da un robot, ma sarà alla fine reintegrato in fabbrica con la qualifica di riparatore della macchina medesima che gli aveva scippato il posto), sia prefigurando le derive consumistiche, generate dal benessure e dal moderno stile di vita veicolato dalla televisione.
Anche il piccolo Charlie coltiva la speranza - vieppiù alimentata dalle reminiscenze di nonno Joe - di poter trovare il magico biglietto fortunato, nonostante a lui tocchi in regalo una sola tavoletta di cioccolato all'anno in occasione del suo compleanno, che è prossimo ad arrivare. Riducendo la sua probabilità di vincere a una sola occasione, non gli verrà concesso in sorte di trovare il biglietto d'oro, mentre quattro coetanei fortunati vengono intervistati dai giornalisti in un petulante tripudio eroico, accompagnati dai rispettivi genitori, che offrono uno spettacolo altrettanto disgustante.
La rassegna dei quattro vincitori ripresi nei loro teatrini domestici viene affidata a sequenze esilaranti, che danno la prova della maestria cinematografica di Tim Burton, abile nello stigmatizzare i difetti dell'infanzia, attraverso la caricatura di un dettaglio visivo, enfatizzato anche grazie alla recitazione degli attori. Non a caso del primo vincitore, il golosone Augustus Gloop, non si potrà dimenticare la bocca perennemente impiastricciata di cioccolato, situata all'interno di un volto simile a un'enorme palla di pasta, dove fanno capolino due occhietti avidi a forma di uva passa; della ricca iperviziata Veruca Salt restano invece impressi gli occhioni azzurri e il sorriso scattante non appena riesce ad ottenere dal padre tutto quel che desidera; della bionda signorina Violetta Beauregarde, campionessa di masticazione di chewing-gum, si nota il costante andirivieni delle mascelle, interrotto soltanto durante il sonno, quando la gomma americana viene appiccicata dietro l'orecchio; infine due occhi debordanti dalle orbite, a forza di stare incollati allo schermo, contraddistinguono il teledipendente Mike Tivù, un saputello tecnologico. 

 Il quartetto fortunato

Il grottesco quartetto ancora non sa che Willy Wonka troverà la maniera di punirli (senza sopprimerli ovviamente), portando al parossismo le qualità vantate da ognuno, che, in base alla legge del contrappasso, finiranno per trasformarsi in altrettante spade di Damocle: il ghiotto Gloop naufragato, a causa della sua ingordigia, in un fiume di denso cioccolato fondente verrà risucchiato attraverso una tubatura e spedito nel reparto delle praline; Violetta troverà il modo di esibirsi masticando "una gomma da pranzo" che la farà gonfiare all'impazzata, riducendola a un mirtillo di colore blu; la capricciosa Veruca verrà assalita da centinaia di scoiattoli addestrati a estrarre i gherigli delle noci per essere gettata nell'immondizia e la stessa sorte colpirà il padre, proprietario di una fabbrica addetta alla confezione di noccioline americane, reo non solo di aver viziato la figlia oltre misura, ma anche d'aver costretto le sue operaie a scartare migliaia di tavolette alla ricerca del biglietto d'oro, sottoponendole a un turnover incessante e massacrante; persino Mike Tivù troverà la sua pena nel girone del telecioccolato, spezzettato in milioni di piccolissimi frammenti invisibili viaggerà attraverso l'etere per essere ricomposto sullo schermo, seppure in versione ridotta e rimpicciolita: la sua teletrasmissione lo catapulterà sul set del film di Kubrick, 2001: Odissea nello spazio (la citazione è di Burton, non poteva esserci nel libro perché il film non era ancora uscito), collocandolo accanto al monolite che le scimmie guardavano già con stupore, perché l'esperimento precedente l'aveva sostituito con una tavoletta di cioccolato… Wonka!

 La legge del contrappasso

 Schiavi e padroni

 Monolite trasformato in tavoletta Wonka

E il povero Charlie che fine ha fatto? Dopo l'amara delusione che gli ha rovinato il compleanno, senza privarlo del piacere di dividere la tavoletta con il resto della famiglia riunita per festeggiarlo, egli tenta ancora la sorte grazie al gruzzolo segreto di nonno Joe, che una sera lo chiama furtivamente per fargli scivolare in mano l'unica monetina d'argento da sei pence, contenuta in un decrepito borsellino di pelle. L'anziano lo invita a procurarsi un'altra confezione Wonka, per cercare di acchiappare l'ultimo biglietto mancante: insieme la scartano con le dita che tremano per l'emozione, ma anche stavolta l'involucro non farà sfavillare sotto i loro occhi l'agognata carta dorata, nonostante questo entrambi si rendono conto che l'intera faccenda ha anche un lato comico e finiscono per scambiarsi un ennesimo sguardo di complicità.
«Poi, un pomeriggio, mentre se ne tornava lentamente a casa lottando col vento gelido che gli pungeva il viso (e, tanto per cambiare, sentendo ancor più acuti i morsi della fame che lo perseguitava), il suo sguardo fu improvvisamente attratto da un riflesso argenteo tra la neve della strada. Charlie scese dal marciapiede e si chinò per esaminare la cosa da vicino. Una parte dell'oggetto era sepolta nella neve, ma riconobbe subito di cosa si trattava. Era una moneta da mezza sterlina! Charlie si guardò rapidamente attorno. Era appena caduta di tasca a qualcuno? No, impossibile, perché era a metà coperta dalla neve. […] Mezza sterlina, tutta sua! La strinse un po' tra le dita tremanti, poi la fissò a lungo. In quel momento quei soldi significavano una sola cosa per lui: CIBO!» (op. cit., pp. 57-58)

In effetti quando il ragazzo entra di corsa nel negozio per acquistare una bella tavoletta di cioccolato, ha un solo desiderio: mangiarsela tutta e subito, prima di svenire per la fame; avrebbe poi portato il resto dei soldi alla madre! Così manco si accorge subito del biglietto che fa capolino tra i suoi denti, impegnati a sgranocchiare il succulento cacao. Notato dal proprietario, gongolante per il fatto che la vincita sia avvenuta proprio nel suo negozio, Charlie deve tenere a bada alcuni curiosi e impiccioni, che tentano persino di convincerlo a barattare il biglietto in cambio di denaro. Sarà l'altro nonno, George, in genere taciturno, a convincerlo a desistere e a rinunciare allo scambio, perché sulla terra di soldi ce ne sono molti (anche se non nella tasca di tutti), ma di biglietti d'oro solo cinque e uno l'ha trovato proprio suo nipote, pertanto è importante che non sciupi quest'occasione unica!
La famiglia decide che sarà nonno Joe ad accompagnare il nipote nella visita della fabbrica, d'altra parte l'anziano non sta più nella pelle per la gioia e potrà finalmente coronare il suo sogno di poter entrare ancora una volta nella vita in quel meraviglioso posto.
Finalmente a metà film, come d'altronde avveniva nel libro, entra in scena il mitico Willy Wonka, preceduto dalla sua voce trasmessa da un altoparlante che dà il benvenuto ai ragazzi e ai loro accompagnatori.
«Che ometto straordinario! Portava una tuba nera in testa. Indossava una giacca a coda di rondine di un bellissimo velluto color prugna. I pantaloni erano verde bottiglia. I guanti grigio perla. In una mano teneva un bel bastone da passeggio dal manico d'oro. Una piccola, elegante barba a pizzetto gli ricopriva il mento. E gli occhi - gli occhi erano di una luminosità meravigliosa Sembravano continuamente sfavillanti e scintillanti. L'allegria e il riso gli illuminavano il volto» (op. cit., pag. 77).
Tim Burton rispetta la descrizione fisica offerta da Dahl, eliminando però il pizzetto e coprendo «la luminosa meraviglia degli occhi» con un paio di occhiali stile Andy Warhol, che per fortuna verranno ben presto eliminati per mostrare lo stupendo sguardo di Johnny Depp nel suo migliore repertorio mimico, a cui aggiunge l'innato virtuosismo in chiave dark nel rappresentare personalità multiple, ambigue e inafferrabili.

 Le mille e una smorfia di Johnny Depp

Il regista si concede altresì il piacere di posticipare ancora un po' l'ingresso di Wonka, per deliziare gli spettatori con un teatrino delle meraviglie, fatto di marionette animate che cantano le virtù del loro padrone fino a uno scoppio improvviso (ma non imprevisto) di fuochi artificiali, che, generando un cortocircuito, finiscono per bruciare i bambolotti, provocando così il brusco arresto di quel buffo spettacolo, di cui viene messo in luce anche il lato oscuro e inquietante, facendo riferimento a svariati film dell'orrore ambientati nei luna park. 

 La giostra macabra

La sequenza risulterà prolettica per comprendere il significato della visita donata da Wonka ai bambini, perché dietro ogni sua trovata e invenzione stupefacente si nasconde in realtà anche l'altra faccia del sogno, fatta di incubi grotteschi e paure ataviche, le stesse sperimentate da Willy durante l'infanzia, perché anche lui è stato un bambino e probabilmente continua ad esserlo, perpetuando l'ingenuità e anche il desiderio di ribellarsi ai divieti degli adulti. In questa scelta, che scalfisce la figura a tutto tondo di Wonka per sottolinearne anche manchevolezze e debolezze, il regista diverge dallo scrittore: decide infatti di inventarsi una storia pregressa (visitata solo in flash back, una cifra stilistica a lui cara), che gli servirà nel finale per dare una lezione di vita anche a Willy stesso, riconciliandolo freudianamente con il padre dentista (il severo e truce Christopher Lee), reo a sua volta di aver sempre impedito al figlio di assaporare la dolcezza insita nei cioccolatini e quindi il piacere di gustare le bellezze della vita, intrappolandogli la bocca con un apparecchio odontoiatrico simile a un terribile strumento di tortura. Johnny Depp incarna alla perfezione l'alternarsi dei comportamenti di questo complesso personaggio: senza soluzione di continuità passa dal sorriso al ghigno sardonico, fondendo eleganza a malvagità, cortesia a follia, genio a sregolatezza. Appare tenero il suo incespicare balbuziente di fronte all'impossibilità di pronunciare la parola "parenti", come la sbadataggine che lo apparenta agli attori delle gag del cinema muto, quando inciampa contro le pareti trasparenti del suo ascensore di cristallo multidirezionale e senza fili, ruzzolando comicamente a terra.

 Padre e figlio

L'immaginazione ingegnosa di Burton dà il meglio nei siparetti musicali inscenati dagli Oompa-Loompa, nanetti dalla buffa capigliatura, che Wonka ha direttamente importato dalla giungla di Loompalandia. Poiché si nutrono esclusivamente di chicchi di cacao, ormai scomparsi dalla loro foresta, hanno accettato di convertirsi in operai della fabbrica di cioccolato, prestandosi a fare anche da cavie negli esperimenti stravaganti del loro padrone. Agli Oompa-Loompa, dispettosi e inclini allo scherzo, viene affidato il compito di commentare le disavventure che, a turno, porteranno all'eliminazione dei quattro ragazzi - odiosi, prepotenti e voraci - dalla competizione: i loro coretti, analizzando l'accaduto in maniera ironica, hanno il pregio di raccontare la morale della favola in modo originale. Alle canzonette in rima, simili a buffe filastrocche (i cui testi è possibile consultare nel libro), il film aggiunge una coreografia vivace, ispirata al musical e anche a certa cultura televisiva già mediata dai lazzi del primo John Landis (Ridere per ridere): accurata la scelta dei costumi dei minuscoli folletti, le cui tute variano di colore (rosso, blu, nero, giallo e bianco) a seconda degli ambienti in cui si trovano e in consonanza con la punizione che stanno infliggendo al malcapitato.

 Recital degli Oompa Loompa

Il bravissimo Deep Roy, che dà corpo e viso a tutti gli Oompa-Loompa (femmine comprese) in quanto clonato innumerevoli volte sullo schermo, nella versione italiana ha la fortuna di essere doppiato da Arnoldo Foà, che assegna alla sua voce un timbro profondo e argentino, rendendolo sorprendentemente adatto a recitare la parte dell'io narrante.

 Piccolo... grande Deep Roy

Se nel libro l'intento del concorso ideato da Wonka era quello di trovare l'erede giusto per continuare i sogni di un cioccolatiere («Mi serve un ragazzo buono, intelligente e affettuoso a cui posso rivelare tutti i miei preziosi segreti per la fabbricazione di dolciumi mentre sono ancora vivo»), nel film tale desiderio si accentua, indirizzando la ricerca nel campo di sentimenti più nobili e determinati, come il rispetto per la propria condizione, l'affetto nei confronti della comunità familiare, sommati alla curiosità, al piacere per la novità, all'assenza di avidità e competizione.
Per queste ragioni solo il biondo e tenero Charlie, unico sopravvissuto allo shock fantasmagorico messo in scena all'interno del paese dei dolciumi, avrà il merito di conseguire la vincita messa in palio: riceverà in premio di dirigere l'azienda, a patto di poter coinvolgere nell'impresa anche i parenti, mentre Willy potrà assaporare il calore di avere finalmente una famiglia in un happy end apparentemente mieloso, perché la casupola è stata ormai assorbita dalla fabbrica e si rischia di parlar di lavoro anche a tavola!

 Gran finale

paola tarino