Indispensabile corollario del film di Martone risulta il documentario che agisce come un proiettore teso ad illuminare le situazioni affabulate con tranche de vie, restituendo alla fiction la dimensione reale di un popolo fieramente attaccato a quell'angolo di deserto non suo, che li ha forzatamente convertiti alla pastorizia, lasciando loro la nostalgia del mare; il vento sulla sabbia dell'inizio fa da preciso scenario introduttivo alla perlustrazione guidata da Fatima Mafhud; il rumore ricercato dal fonico accompagna innanzitutto i bambini, costanti protagonisti di un mondo costretto ad essere un gineceo in cui l'esplosione demografica dimostra la volontà di non soccombere alla politica marocchina che sposta ogni anno migliaia di coloni nelle terre sahrawi per divenire maggioranza e dunque invalidare il diritto all'autodeterminazione del Polisario. E allora si capisce come non solo il racconto di Martone si focalizzi sul bambino, ma anche perché sia una favola: tutto nella vita organizzata democraticamente dalle donne sahrawi è regolato affinché se ne tragga un insegnamento morale o si ricavi una nuova carica per resistere. E questa forza d'animo è espressa da quella lunga sequenza che si limita a tenere inquadrati gli occhi neri di Fatima, la cui voce off ha già introdotto il personaggio (poliglotta, ha studiato in Italia e a Cuba), non sono pupille sognanti o perse all'orizzonte, ma ben piantati nella realtà di profuga. Il futuro va costruito non sulla sabbia, che serve all'anziana per vaticinare, ma con l'istruzione; altro perno che dal documentario trae i numeri (totale assenza di analfabetismo, corsi estivi all'estero), su cui il film doveva sorvolare per proporre situazioni avvincenti, come la sequenza nella classe.
E la ragazza parla in macchina, ma non in modo complice: è come se il piglio giornalistico le attribuisse l'autorità di denunciare la responsabilità del consesso internazionale per la latitanza dell'Onu e qui si scoprono i maltrattamenti, le sparizioni, le incarcerazioni di cui parla il padre di Sidi, rifiutando il disarmo in nome di una prassi ormai diplomatica, che però conduce soltanto a uno stallo doloroso per gli esiliati. E allora la poesia che Fatima recita dapprima in lingua bassanyia e spiega poi, traducendola, l'intreccio tra il bambino e il mitra: "Oh bambino saharawi, ti voglio più alto, più alto di questo popolo che ti ha visto nascere, più alto di questo fucile che tanto vorresti imbracciare".
Alla guida di Fatima si alternano altre donne, più anziane alle quali sono affidate le memorie della fuga e della repressione iniziale, con le persecuzioni e la caccia che il regime marocchino dava agli abitanti della costa, impedendo persino di fuggire nel deserto, "privo di pozzi, senza ospedali: solo una tenda e coperte". Ora il Polisario ha costruito ospedali e una sorta di governo in esilio che si occupa di tutti gli aspetti di una vita decorosa, ma nelle parole della donna, impedita nella sua fuga perché il marito era nel Fronte già nel '75, si coglie ancora lo sgomento di quando l'aereo la lasciò "distante dal mare", sola, attorniata da presenze ostili: completa quello che nel film non ci poteva essere, cioè la storia di quello che è avvenuto all'origine della occupazione del Sahara Occidentale. Sono dettagli, minime sensazioni individuali, come l'impossibilità per Fatima di telefonare - perché non c'è il telefono - mentre le sue compagne a Cuba sentivano i genitori quotidianamente, che mostrano il dramma nella sua dimensione intima, segnando le persone. Infatti la loro crescita è probabilmente differente da quella altrettanto dolorosa di chi ha scelto di rimanere a casa e subisce l'occupazione e le discriminazioni dello stato marocchino: venticinque anni di divisioni che nel momento dell'indipendenza non mancheranno di segnare le differenze. Sono testimonianze che senza venire a far parte di un intreccio, non appartengono nemmeno semplicemente ai dati di un'inchiesta: cercano uno spazio autonomo più vicino a chi assiste al documentario, sperando di toccarlo con una normalità che è negazione di se stessa e, trattandosi proprio di questo inaccettabile stato che perdura da decenni la denuncia che si vuol evidenziare, è un'acuta scelta degli autori quella di proporre questa galleria di personaggi che non dimentica nemmeno i prigionieri marocchini, coinvolti loro malgrado in una guerra che non sentono e che non gli apporterà alcun vantaggio personale, anzi sembrano solidali anch'essi con i profughi, lavorando nella comunità: la solita differenza tra occupante non motivato e invaso che lotta per la sua terra trova qui la più chiara espressione nel triste volto del soldato prigioniero, consapevole delle ragioni altrui.
Un altro soggetto emblematico di un'umanità fiancheggiatrice è il medico catalano impegnato nei campi: la sua testimonianza è importante, eppure per quanto "senta" (e l'espressione spagnola è più forte di quella italiana) il disagio e la distanza di quelle genti, il suo apporto risulta meno carico di emozioni, ma fondamentale per nominare la situazione: "Ci sono osservatori Onu, l'esercito mantiene le sue posizioni, la guerra a bassa intensità non è esplicita, ma...". più emozionante è il vecchio che potrebbe essere il nonno pescatore di Sidi, che arringa la sua gente, sperando che non venga meno la determinazione. Questa è la grande scommessa del popolo saharawi con l'invasore: l'indifferenza del mondo non aiuta, ma la gente del Polisario ha dimostrato per un quarto di secolo di essere coriacea