È......UNA DIMOSTRAZIONE CHE OGNI RICOSTRUZIONE È MANIPOLABILE
¨Ho cercato di dimostrare che se tu credi che una cosa è vera, allora questa è la realtà. Perché la realtà mi ha mentito per tanti anni. Mi hanno addirittura imprigionato per una verità in cui credevo. E adesso, attraverso il cinema, sono io che cerco di divertirmi, di prendermi gioco della veritਠ(Mohsen Makhmalbaf, Alberto Barbera e Umberto Mosca a cura di, Lindau, Torino, 1996, pag.58).
Se il mondo che era vero è diventato favola, anche il realismo si è trasformato in non-realismo e sfocia in epiloghi diversi da quelli del ricordo personale. Difatti la rappresentazione diventa una nuova realtà (non virtuale) e quindi altrettanto illeggibile di quella verità frammentata; o per lo meno più illeggibile di quella tradizione poetica persiana, a cui tende l´arte di Makhmalbaf, fatta di narratori di storie su cui si è evoluto il cinema iraniano rispetto alla tradizione occidentale fondata su immagini, quindi su simulacri apparentemente più veritieri. Mentre Makhmalbaf si diverte a sottolineare che qualunque narrazione è un intervento falsificante, temperando però l´asserzione: ¨Un film mi deve innanzitutto far credere di trovarmi di fronte alla realt̨ (Mohsen Makhmalbaf, Alberto Barbera e Umberto Mosca a cura di, Lindau, Torino, 1996, pag.63).
Questo relativismo del reale è sicuramente sovversivo in una società teocratica, perché mina le basi di qualunque fondamento metafisico, anche se poi dal gioco innescato può trasparire una sorta di resa allo status quo, dacché i giovani attuali non hanno più afflati rivoluzionari, forse a causa del fatto che vivono una fase post-rivoluzionaria.
Quest´ultima è però una spiegazione insostenibile, in quanto anche laddove (Italia ´70) la rivolta è stata sedata, la deriva politica è persino più preoccupante, inoltre appare più radicale proprio la rivoluzione non-realista, rintracciabile negli intrecci al limite del surrealismo (Il ciclista, Tempo d´amare): infatti, partito come una possibilità di dare ognuno la propria versione dei fatti, il vero narratore in questo gioco di scatole ad incastro è Makhmalbaf. Il ruolo del poliziotto di allora è quello del sempliciotto servo di un regime, ma anche il deuteragonista attuale è una marionetta nelle mani del regista autentico, che lo lascia allontanare tranquillamente nella neve nei momenti di disaccordo, tanto sa (dalla sceneggiatura) che tornerà.
Inoltre si direbbe che il finale, inatteso per la contemporanea profferta d´amore verso la ragazza-esca (un ruolo solo apparentemente in sintonia con quello defilato delle donne iraniane), sia quello preferito dal regista rispetto all'epilogo del ´75. Dunque la finzione cinematografica lo fa avvenire in quell´istante unico (a cui fa allusione il titolo) verso il quale tendono destinalmente i percorsi paralleli e convergenti seguiti dalle due coppie di protagonisti. Rispettando l´unico precetto di vivere la realtà in modo diretto e magari antagonista rispetto alla prevalente rielaborazione altrui, foss´anche una figura totalitaria come il regista di un film (o un re, un duce, un semi-presidente, un papa, un ayatollah).