Lo spettatore è già seviziato fin dal primo fotogramma di May Lai e senza neanche la possibilità, per altro fittizia dato l´assunto, offerta ai vampirizzandi di contrapporre la propria volontà a quella di chi sta iniziando le vittime, che in realtà sono carnefici semplicemente per la loro appartenenza al genere umano; e questo è il motivo per cui la loro (nostra) autentica volontà, specchiandosi negli occhi del vampiro (stessa operazione svolta dal cinema: ¨Guarda me, il peccato, in faccia e dimmi di andarmene¨, la magnifica ossessione a cui da cinefili non possiamo sottrarci), non può rifiutare realmente l´orrore da cui l´uomo è dipendente come dal vizio, che scopriamo essere un modo per lenire il dolore della condanna all´esistenza, vacua in assenza di una impossibile metafisica, espressa dal film attraverso la camera a mano, che diventa un ulteriore incombente personaggio, e una pesante sensazione claustrofobica, accentuata dal costante buio plumbeo e dalle frasi estrapolate da testi di Kierkegaard, Nietszche, Heidegger, Sartre.