Editoriale

Editoriale

27/10/2002
Bowling for Columbine - Una nazione sotto tiro

Coincidenze in trasparenza sul film di Moore: un killer ex marine in Iraq, convertito alla Nation of Islam, scorrazza per gli Usa su una chevrolet bianca, catturato dopo 10 morti; un altro killer scorrazza per il mondo, mietendo vittime a migliaia, la sua chevy è ugualmente bianca: la White House; il suo fucile non lo abbiamo ancora noi.

All my rivals will see what I have in store. My gun.
I've been harboring fleets in this reservoir. Red sun.
And this nations about to explode.
You're disciples are riddled with metaphors. Well hung.
Better pony up and bring both your barrels full. Not one.
As we release this unspeakable toll. Woh


(Rival, Pearl Jam)

[Tutti i miei rivali vedranno cosa tengo in serbo, la mia pistola.
sto nascondendo un intero esercito qua sotto, sole rosso
e questa nazione sta per esplodere
Siete discepoli crivellati di metafore, ben costruite
meglio saldare il conto e impugnare entrambe le canne, non una sola
così da scaricare questo indicibile peso]

20 aprile1999. Ventisettesimo giorno di bombardamenti NATO sulla Serbia. Dopo alcuni giorni di forzata inattività, causa maltempo, gli allegri top gun americani possono nuovamente dedicarsi a colpire, con precisione chirurgica, i loro obiettivi preferiti: centri abitati (a Belgrado, Nis, Pristina, Kragujevac, Kraljevo, Valjevo, Novi Pazar), fabbriche, acquedotti, scuole, ospedali, installazioni televisive, ... Quella primavera sulle teste dei serbi piove un nugolo di bombe, quasi un record assoluto, e le vittime civili sono centinaia, compresi 16 lavoratori della RTS, la televisione di Stato serba, morti sotto le macerie della sede centrale a Belgrado... falciati come birilli in uno strike del bowling.

20 aprile 1999. Littleton, Colorado. Nella ridente cittadina americana (conosciuta più che altro per essere sede della famigerata multinazionale bellica Lockheed Martin) due studenti della locale Columbine High School (Columbine è il nome di un fiore del posto ma anche il soprannome del bombardiere Constellation che fu l'Air Force One ai tempi di Eisenhower) decidono di andare a farsi una partitina a bowling, tanto per sgranchirsi un po' prima di andare a lezione. Eric Harris e Dylan Klebold sono due diciottenni bianchi un po' introversi, tormentati, politicamente confusi, vestono dark, ascoltano musica pesante (i teutonici KMFDM e Rammstein)... Quella mattina, dopo aver tirato giù un po' di birilli, i due fanno il loro ingresso a scuola armati di bombe a mano, tubi esplosivi autocostruiti e armi automatiche e per sei ore seminano il terrore fra i compagni prima di suicidarsi. Il bilancio finale è di 15 morti e una ventina di feriti.

Interview 1: satanismo e media

Today I am dirty, I want to be pretty, tomorrow, I know I'm just dirt
We are the nobodies, we wanna be somebodies when we're dead
they'll know just who we are
Some children died the other day, we fed machines and then we prayed
puked up and down in morbid faith, you should have seen the ratings that day


(The Nobodies, Marylin Manson)

[Oggi sono sporco, voglio essere carino, domani, so di essere solo sporcizia.
Siamo i nessuno, vogliamo essere qualcuno ma solo quando saremo morti sapranno chi siamo.
Dei ragazzini sono morti l'altro giorno, abbiamo riempito le auto e siamo andati a pregare, facendo
su e giù nella fede morbosa, dovresti dare un'occhiata alle statistiche]

Una strage così efferata scatenò subito la libidine dei media che scavarono nelle giovani vite dei due assassini (senza trovare gran che) e imposero pletore di "esperti", i migliori a proporre il proprio parziale punto di vista, gli altri già ad invocare il pubblico linciaggio per i presunti mandanti. Nazismo, satanismo, razzismo... tutto uno stuolo di "ismi" che, siccome lasciavano lo spettatore a bocca asciutta, si condensarono presto intorno al capro espiatorio di turno: Marylin Manson.
L'orripilante, a dire il vero, rockstar che si proclama l'Anticristo (a torto, perché Bush senz'altro ha più titoli di lui) fu accusata di aver corrotto, con la sua musica demoniaca e i messaggi anarco-nichilisti, i teneri virgulti della nazione americana. Poteva quasi sembrare che Marylin Manson fosse la causa principale delle migliaia di morti violente che si registrano ogni anno negli USA fra la popolazione giovanile. Marylin Manson fu comunque costretto a cancellare alcune date del suo tour e non rimise piede in Colorado se non due anni più tardi.
Così documenta il film, non dimenticando nemmeno le dimostrazioni dei più fervidi paladini della democrazia americana in occasione del concerto. Una parentesi, nel fluire del racconto e nell'incontro di personaggi della enorme provincia americana, che comincia a porre le basi per arrivare alla fine alla reale arringa contro i primi responsabili di tutto ciò: i media che costringono ad avere paura un'intera nazione.

Non mi meraviglio che i ragazzi stiano crescendo più cinici... Sanno di vivere in un mondo di merda. Nel passato c'era l'idea che se le cose ti andavano male tu potevi correre altrove e cominciare una vita migliore. Ma ora l'America è diventata un grande centro commerciale... non c'è più altro posto dove correre

(Marylin Manson -non certo un assassino, semmai uno dei tanti prodotti sugli scaffali del Global Discount, ndr-, intervista tratta dal sito del Marylin Manson Italian Official Fun Club)

Interview 2: industria e media

Ma il regista-investigatore Michael Moore non è certo uno che abbocca o che si accontenta di facili soluzioni. Quindi, sgomberato il campo da cazzate fuorvianti, con metodo maieutico ci conduce alla ricerca di verità non precostituite.

Tre anni è durata l'indagine di Moore ed il suo docu-film Bowling for Columbine ne è il risultato stupefacente e convincente. Tre anni di duro lavoro a partire da alcuni dati statistici e dalla profonda conoscenza che Moore ha di certa provincia americana, di alcuni suoi protagonisti e dei processi di trasformazione in corso.
Moore è originario di Flint, nel Michigan, luogo natale anche della più grande produttrice di automobili del mondo, la General Motors. Già, proprio lei... la corporation che si sta aggiudicando la Fiat decotta... insomma, il nostro nuovo padrone. E allora sarebbe bene che tutti andassimo a rivederci uno dei primi lavori di Moore, Roger & me, in cui il regista, tentando e ritentando inutilmente di incontrare il manager della GM Roger Smith, descrive come nel 1989, in piena fase di crescita commerciale, i vertici della multinazionale decisero la chiusura degli impianti e la loro delocalizzazione in Messico e Brasile, dove il costo del lavoro è 15 volte inferiore. Oltre 30.000 lavoratori americani si trovarono in mezzo alla strada; il governo federale fu costretto a distribuire viveri alla popolazione; suicidi, alcolismo e criminalità crebbero esponenzialmente.
In questo film intervista i boss della Lockheed, dimostrando che si può fare giornalismo senza sdraiarsi come zerbini.

Ma c'è di più: a Flint ha vissuto Timothy Mc Veigh, l'attentatore di Oklahoma City, che in Michigan frequentava gli ambienti della destra radicale e i gruppi paramilitari antifederali che abbondano da quelle parti... Il film ritrae il fratello del suo complice Terry Nichols dapprima nella classica posa di fronte alla sua casa, quella dei padri fondatori, ma già qualcosa si percepisce... un tarlo nascosto da qualche parte nell'inquadratura... o forse è l'atteggiamento guardingo dell'intervistatore, probabilmente il lugubre humus di molti film dell'orrore che adottano quell'ambiente e adesso comprendiamo perché: ce lo svela la visita all'interno. La pistola sotta il cuscino, ma ancora di più il gesto del dito che sancisce una decisione punitiva, la risata folle.

Ed inoltre: Charlton Heston, icona di Hollywood e presidente della potente lobby delle armi Nra (National Rifle Association) è originario di una città vicina a Flint... E ancora: a Flint c'è una base dell'US Air Force dove prestava servizio, prima di trasferirsi in Colorado con la famiglia, il padre di uno dei due attentatori della Columbine High School... E per finire: Flint detiene un triste record... lui sparò a lei uccidendola, avevano entrambi 6 anni.

Moore sa bene quindi che i mali radicati nel paese non sono imputabili al terrorismo islamico o al cecchino o al Marylin Manson di turno, piuttosto a certe politiche economiche (un tempo erano note come reaganomics) e finanziarie (vedi il succedersi di scandali in stile Enron) dissennate, alla xenofobia, all'intolleranza razziale, al paramilitarismo e al culto psicotico delle armi di cui è preda da quelle parti un cittadino su quattro... tutti ingredienti di un distillato molto nocivo prodotto e diffuso negli Usa quasi quanto il Jack Daniel's.

Interview 3: lobbies, weapons and media

«Essendo necessaria alla sicurezza di uno stato libero una ben ordinata milizia, il diritto dei cittadini di tenere e portare armi non potrà essere violato»
Secondo Emendamento alla Costituzione degli USA

«La dipendenza di tutti i diritti da quello a essere armati spiega perché l'attuale presidente della National Rifle Association (NRA), Charlton Heston, parla della libertà di possedere armi (garantita dal Secondo Emendamento) come della nostra 'prima libertà'».
Paul H. Blackman, Ufficio legale della Nra

Se si considera il triennio 1999-2001 ammontano ad 11.000 in media ogni anno negli USA gli omicidi con arma da fuoco (contro i 68 del Regno Unito e i 165 del Canada). Secondo i dati ufficiali le armi da fuoco in circolazione sono 250 milioni su una popolazione complessiva di circa 288 milioni di individui. Il dato è agghiacciante... ma Moore non rinuncia all'ironia e ci mostra come in alcune banche sia possibile ricevere una carabina in omaggio contestualmente all'apertura di un conto corrente; come sia normale passare dal barbiere per una spuntatina e lì acquistare le munizioni per il proprio fucile. Più risoluto che divertito appare invece Moore quando, accompagnato da due superstiti della Columbine rimasti feriti e gravemente menomati, si reca ai grandi magazzini K-Mart, dove Erik e Dylan si erano riforniti delle centinaia di proiettili poi vomitati sui compagni, e riesce a strappare alla dirigenza l'impegno a non vendere più le munizioni per armi non destinate esclusivamente alla caccia. Davvero micidiale risulta infine Moore quando riesce a farsi ricevere da Charlton Heston, l'avvoltoio della Nra che con il suo carrozzone propagandistico è sempre riuscito a speculare su tragedie come quella di Littleton o di Flint. Moore finge all'inizio di essere un sostenitore della prima libertà ma nel corso dell'intervista mette a nudo la tracotanza, il malinteso patriottismo, la demagogia intrisa di razzismo del vecchio Ben Hur il quale, ormai malfermo sulle gambe, non trova di meglio che battere in ritirata mentre il regista lo insegue mostrandogli una foto di quella bambina di 6 anni uccisa a Flint da un suo coetaneo.

Un pezzo di giornalismo alla Bruno Vespa si configura quello in cui gradualmente l'attore realizza di essere scrutato nelle sue reazioni da un non benevolo ammiratore: l'espressione si fa tirata, ma anche l'inquadratura che continua a oscillare alla ricerca di un segno di nervosismo, lo inchioda, preparando quella uscita vergognosa, quasi impaurita... che non avesse il fido winchester al fianco sembra proprio una bizzarra dimenticanza.

1. Confronti: la paura come spettacolo

«È l'American Way. Abbiamo sempre terrore di finire sulla strada. Un enorme numero di americani fa un lavoro che odia solo per poter mantenere l'assicurazione. Perché da noi il 50% delle tasse va ad ingrassare il budget del Pentagono, non l'assistenza sanitaria.»
Michael Moore, intervistato da Giulia D'Agnolo Vallan, Il Manifesto 18.05.2002

Ok. L'enorme diffusione delle armi da fuoco, sostenuta e incoraggiata dalla lobby rappresentata dalla Nra, è certamente un grave problema... ma Moore il Testardo ancora una volta non si accontenta. Come mai, si chiede, in Canada - paese di cacciatori, patria dei signori Smith & Wesson - ci sono anche lì milionate di sputafuoco ma la gente non si spara addosso tutti i momenti? Eppure anche i canadesi hanno i loro bei problemi, vivono anche loro in una società complessa e i dati rivelano che la recessione economica degli ultimi anni li ha colpiti più duramente che non gli statunitensi (d'altra parte gli effetti del Nafta, l'accordo commerciale trilaterale sottoscritto nel 1994, sono stati ben più nefasti per Messico e Canada che non per gli USA). Non sarà piuttosto che in Canada la gente è più tranquilla perché non è bombardata da media che spettacolarizzano il crimine e diffondono paure e perché può contare ancora su un modello di Stato sociale impegnato a garantire livelli accettabili di vita? Invece nel Far West americano, dove ognuno è suae quisque faber fortunae, il 20% della popolazione possiede oltre la metà dell'ammontare totale dei redditi individuali mentre sono 33 milioni le persone che vivono sotto la soglia di sopravvivenza (oltre 13 milioni quelle nella più disperata miseria), neri, asiatici e ispanici soprattutto, ma negli ultimi anni la povertà è proporzionalmente aumentata più tra i bianchi che tra le solite minoranze sfavorite.

>Forse la differenza è che a Windsor lo stabilimento più grosso è Ford, mentre a Detroit è GM a farla da padrona; c'è solo un ponte che divide le due nazioni e apparentemente nient'altro che il casinò; ma è palese a chiunque percorra il tunnel o scavalchi il fiume che l'atmosfera è diversa, anche solo osservando i pochi passanti dei due luoghi. La paura è palpabile lungo tutti gli anelli delle strade che cadenzano le miglia attorno alla downtown del Michigan. I ghetti delle varie etnie che compongono la silenziosa e ovattata cittadina canadese invece sono tranquilli, se non proprio ospitali: sono almeno percorribili i marciapiedi nel gelo dell'inverno a meno 25° o sul lungo lago dell'afa estiva e le casette non sono rinchiuse in reticolati che decretano l'appartenenza a un villaggio o l'emarginazione da esso, difeso come fort alamo o il classico quadrato di carri delle carovane dell'epopea western, perché è lì che bisogna andare a cercare la radice di questo innamoramento per le armi. Moore, più attento a fattori contingenti e galoppando sulla sua sottile ironia preferisce non confondere con un'analisi diacronica, rimane nella sincronia e gli unici approcci sociologici sono offerti dalla intervista all'autore di South Park, che può fornire un ritratto delle condizioni di vita in provincia, avendo vissuto da gay l'adolescenza a Littleton, ritratta nella nota serie d'animazione. E parla di "resistenza", come quella partigiana, fino al momento in cui si può sfuggire da quella mentalità perversa.
Il bimbo di 6 anni che a Flint aveva ucciso una sua coetanea era ospite dello zio e in casa di questi aveva trovato la pistola. La madre non poteva permettersi un affitto e aveva quindi chiesto aiuto al fratello. Ma non poteva occuparsi del figlio perché, aderendo a un programma governativo, era stata costretta a fare due lavori, in una città parecchio distante, per pagare l'assicurazione senza cui non avrebbe potuto "comprare" scuola e assistenza per il bambino...
Un sistema disumano e perverso che mette davvero paura...

«Abbiamo creato una cultura della paura e permesso a quelli che stanno al potere di manipolarci per ottenere quello che vogliono. Ci terrorizzano con le creme per la pelle, con il colorante per capelli, con le diete. È un costante farti sentire che se non sei migliore dell'altro rischi di perdere qualcosa... » Michael Moore, intervistato da Giulia D'Agnolo Vallan, Il Manifesto 18.05.2002

«La violenza, anche se orribile e deplorevole, è accettabile... basta che nessuno dica le parolacce! Ecco il fulcro di questa guerra. È per questo che combattiamo»
Da South Park: il film (Più grosso, più lungo e tutto intero), di Parker, Stone e Brady, USA 1999.

Dunque l'americano spara perché ha tante armi, spara perché è incazzato, spara perché ha paura.... Il punto è questo: la cultura della paura che l'americano medio quotidianamente assorbe e che alimenta non solo un paranoico e distorto istinto di conservazione ma infonde il bisogno di un nemico a tutti i costi. Una cultura della paura che è funzionale a un modello di sviluppo che è lo stesso da sempre. E Moore ce lo dimostra ricorrendo alle animazioni realizzate dai creatori della serie South Park, uno dei quali è originario - guarda un po' - di Littleton... Il cartoon ci offre una versione assai poco gloriosa della storia americana, assente dai manuali scolastici... gli USA sono costruiti sulla paura dell'altro: paura degli indiani, paura degli schiavi in catene, paura degli schiavi liberati, paura di tutto ciò che non è bianco...

«E così, nel 1863 Samuel Colt inventò la 6 colpi. Prima di allora, era impossibile sparare più di un colpo alla volta. Nei 10.000 anni precedenti, era sempre stato necessario ricaricare l'arma prima di tirare un secondo colpo, di qualunque arma si trattasse. La Colt invece era portatile ed economica. E fu così che i bianchi del sud si armarono con quella che chiamarono la 'Pacificatrice' e riuscirono a mantenere la schiavitù per altri 25 ann»
Da Bowling for Columbine 2. Seghiamo le foreste, così evitiamo gli incendi

Una cultura della paura che è funzionale ad un sistema di potere dotato di un appetito smisurato. Scorrono velocemente in Bowling for Columbine le immagini delle più recenti "guerre giuste" a stelle e striscie: Iran 1953, Guatemala 1954, Vietnam, Indonesia 1965, Cile 1973, Panama 1989... fino all'Iraq e ai Balcani e all'Afghanistan. Un sistema di potere che, manipolando l'informazione ed il consenso, ha creato «un imperialismo particolarmente distruttivo basato (...) su una distorsione etica primordiale che fa piazza pulita di secoli di storia: 'l'altro da me' non mi somiglia e se non accetta di conformarsi al mio modello, io ho tutto il diritto di sbarazzarmi di lui» (Valerio Evangelisti, "Carta", n. 40, ottobre 2002). Un sistema di potere che non esita a condannare alla fame il 12% dei suoi cittadini, che fomenta gli abusi e le rapine delle grandi corporation e società finanziarie, che se ne fotte della legalità internazionale e dell'ambiente, che non si vergogna, e anzi nasconde, di aver creato e sostenuto fino a ieri i nemici di oggi, che ha gravissime responsabilità nell'attentato dell'11 settembre e nello stesso tempo ne sfrutta gli effetti a proprio vantaggio, che il prossimo anno prevede di spendere 355 miliardi di dollari per difendersi (esclusi i costi delle operazioni militari, finanziati su capitoli speciali) ...


I due ragazzi non ne potevano più e hanno cominciato a sparare: non c'è condanna nella tesa riproposizione delle immagin riprese dalle telecamere nella scuola mentre si compiva il massacro, maggire è lo scherno per una società mediatica nel momento in cui il sonoro è affidato a una voce angosciata, ma che non può esimersi dallo scandire il rituale: "complimenti per la trasmissione", quando viene intervistata in diretta. Sembra quasi una spiegazione, una comprensione del gesto dei due folli, esasperati dalla provincia, che restituiscono un po' di quella violenza e finiscono con offrire materiale per perpetuare quelle riprese che suddividono il quadro in quattro parti: l'ennesimo controllo al quadrato.
Gli assassini di Littleton e il cecchino di Washington non hanno agito in modo sostanzialmente diverso dal loro Presidente: hanno tirato giù un po' di birilli. Solo che i due della Columbine High School non erano che degli invasati nazistoidi, il cecchino sembra essere un ex marine afroamericano convertito all'Islam (l'ideale traditore della patria) mentre ancora troppi sono convinti, ahi noi, che Bush stia lavorando per il "bene supremo della nazione e del mondo".

"I vostri bambini non sono al sicuro, in nessun luogo"
«The Sniper», Washington, USA, ottobre 2002

Una nazione che spara è una nazione sotto tiro.

Sandro Nevache (nevake@inwind.it)
con qualche minimo apporto di adriano boano (aboano@cinemah.com)

Fonti:

Bibliografia e riferimenti in internet:
Valerio Evangelisti, Black flag, Einaudi, Torino 2002.
Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla libertà. Il ruolo dell'amministrazione Bush nell'attacco dell'11 settembre, Fazi editore, Roma 2002.
William Rivers Pitt, Guerra all'Iraq - intervista all'ex ispettore ONU Scott Ritter, Fazi Editore 2002

Sito del regista Michael Moore
L'articolo di Caminiti che è anche comparso su Carta, n 40, ottobre 2002
Barbara Sorrentini e Victor Sini - Intervista a Michael Moore
Il massacro di Littleton raccontato dall'inviato de La Repubblica
Articolo di Mariuccia Ciotta su Bowling for Columbine
The Columbine Memorial Resources Center
Marylin Manson Italian Official Fun Club
Not in Our Name, NO War Without Limits, NO Detentions & Round-ups, NO Police State Restrictions
South Park, The Movie - Bigger, Longer & Uncut
US Census Bureau
National Rifle Association
Gun Control Network London
The Violence Policy Center, USA National Association of Federally Licensed Firearms Dealers (NAFLFD)