In memoria di Anthony Quinn
Ci sono corpi che sono una sfida alla omologazione; esistenze che si ammantano di un'aura mitica nel senso di una dislocazione anche temporale, un rifugio in luoghi e tempi non appiattiti su modelli "occidentali" che si adattano bene a forme epiche di racconto: alla luce della normalizzazione del globo intentata dal liberismo quei personaggi come Zorba o come Eufemio Zapata, il cacciatore esquimese o il pellerossa sono materiale resistente fatto di carne, balli, gesti rivoluzionari contrapposti ai G8 per il semplice fatto che non fanno parte di quella tradizione e dunque delegittimati ad una qualunque esistenza e sopravvivenza di ciò che rappresentano.
 
Si potrebbe in occasione della scomparsa di Anthony Quinn ripensare i suoi personaggi come chiave per risalire indietro nel tempo e individuare dove è avvenuta quella svolta che ha progressivamente fatto sparire intere culture, immolate al "progresso occidentale": si potrebbe invertire il processo di normalizzazione a partire da simboli che riempiano i discorsi, esemplificandoli; far emergere meglio le sterminate "eccezioni culturali" antropologiche che Babylon tende ad azzerare, annullando i traumi, appiattendo il flusso degli eventi, anche se si opera freneticamente; tutti i gusti si equivalgono, tutte le nazioni sono simili, tutte le azioni - anche le più innovative e bislacche - non sorprendono e vengono cooptate giustapponendo un logo proprietario, nel progressivo allontanamento dal ritmo che cadenza gli spazi naturali attraverso la totale armonia simbiotica del sirtaki e i girovaghi come Zampanò sono fastidiosi retaggi di un passato incomprensibile e quindi da cancellare dalle memorie.
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